Breve focus sulla separazione consensuale

Separazione consensuale

La separazione personale dei coniugi può essere consensuale o giudiziale.

Inizieremo a parlare della separazione consensuale che è possibile solo se i coniugi, messi da parte eventuali conflitti e divergenze, riescono a trovare un accordo su tutte le questioni, sia di natura patrimoniale che di gestione dei figli, se presenti.

Le questioni di natura economica che sono chiamati ad affrontare riguardano l’assegno di mantenimento  per i figli, del coniuge economicamente più debole, l’accordo sulla divisione di beni immobiliari e mobiliari intestati ad entrambi i coniugi o pervenuti dopo il matrimonio in caso di comunione legale dei beni etc.

In merito ai figli, di cui hanno l’affido condiviso per legge, devono accordarsi sul loro collocamento, cioè con quale dei due genitori andranno a vivere, potendosi prevedere, come possibilità, anche il collocamento alternato ( un po’ con l’uno ed un po’ con l’altro), il diritto di visita da parte del genitore presso il quale i minori non sono collocati e l’assegnazione della casa familiare che, solitamente, in caso di collocazione prevalente presso uno dei due genitori, viene assegnata a quest’ultimo/a.

In tale tipo di separazione, l’avvocato è uno solo per entrambi i coniugi. E’ un procedimento molto più veloce di quello previsto per la separazione giudiziale e prevede dei costi minori. Oltre agli incontri allo studio del legale scelto per discutere delle condizioni della separazione, oltre alla redazione del ricorso congiunto che, a cura dell’avvocato sarà depositato presso la cancelleria del Presidente del Tribunale, è prevista una sola udienza dinanzi a quest’ultimo. A seguito di ciò, bisognerà attendere la sentenza di omologa da parte del Tribunale che ratificherà la separazione consensuale alle condizioni dettate dai coniugi.

Contestualmente al ricorso da depositare in Tribunale, i coniugi possono stipulare una scrittura privata per regolare le questioni patrimoniali, cioè la ripartizione di beni immobili, beni mobili, danaro. Tale scrittura che non entra nelle condizioni di separazione oggetto del ricorso, può essere precedente, contestuale o anche successiva alla separazione.

Con la riforma del 2015, trascorsi sei mesi dalla sentenza di omologa da parte del Tribunale, i coniugi separati possono proporre ricorso per il divorzio, ossia per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, mettendo la parola fine al loro vincolo coniugale.

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Al via il Tribunale della Famiglia, a seguito della riforma del processo civile arriva il Tribunale ad hoc

L’Italia ha varato un’importante riforma processuale che si attendeva da anni, precisamente con L.206/2021, con la quale si è dato vita al Tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie e ad un rito finalmente unitario per tutti i contenziosi familiari. Per l’operatività del nuovo sistema è stata fissata una fase transitoria fino al 31 dicembre 2024. Data entro la quale il  Governo deve adottare le necessarie norme di coordinamento delle disposizioni in vigore con quelle previste dalla riforma anche per trattare in modo rapido i processi pendenti. 

Una riforma epocale, dunque, in quanto la normativa processuale vigente risale al ventennio del secolo scorso. Il sistema attuale è da tempo considerato inadeguato sotto molteplici aspetti e dunque la necessità di una riforma è stata da anni invocata dagli operatori del settore, soprattutto rispetto alla tutela del diritto dei figli di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e mantenere i loro affetti e relazioni primarie.

Le più rilevanti novità introdotte dalla riforma Cartabia possono così sintetizzarsi:

  • Dinanzi al Tribunale unico per le persone, per i minorenni e per le famiglie viene eliminato il rito camerale, vigente ancor oggi per tutti i procedimenti dinanzi al Tribunale per i minorenni e dinanzi ai Tribunali ordinari per i procedimenti che regolamentano l’affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio. La riforma unifica quindi il trattamento processuale dei figli, siano essi nati dal matrimonio o fuori da esso e si pone l’obiettivo di assicurare alle famiglie in crisi, una risposta giudiziaria celere, concentrata in un solo procedimento finalizzato alla composizione del contenzioso. Sussistono infatti ancora discriminazioni incostituzionali nella tutela dei figli minori di genitori coniugati e non coniugati. Il rito camerale esprime una visione gerarchica e autoritaria della famiglia, in cui non ci sono diritti ma solo interessi da amministrare; un procedimento in cui il giudice è svincolato da regole processuali e ha piuttosto il compito di sostituire il pater familias che non è riuscito a comporre la crisi. Con la riforma, al posto di riti diversi e differenziati viene introdotto un unico rito per tutti i contenziosi familiari, un processo che assicuri il diritto di azione, il diritto di difesa, il contraddittorio e il diritto alla prova, con la garanzia del reclamo generalizzato in relazione ai provvedimenti provvisori: una conquista, in linea con la giurisprudenza della Cedu. Obiettivo del Tribunale e quindi del Rito unico è la rapidità attraverso l’abbreviazione dei termini processuali e la previsione di un ricorso che deve essere improntato a criteri di chiarezza e sinteticità. Il nuovo rito comporta ovviamente l’introduzione di nuove disposizioni in un apposito titolo IV -bis del libro II del codice di procedura civile, intitolato  “Norme per il procedimento in materia di persone, minorenni e famiglie.”
  • Il Tribunale unico sarà formato da giudici togati e specializzati e potrà comunque avvalersi di esperti di altri saperi che potranno inserirsi come giudici onorari nell’ufficio del processo o meglio ancora come consulente sottoposto al contraddittorio dei consulenti delle parti; cosa che non avviene nell’attuale sistema, poiché il giudice onorario si esprime in camera di consiglio, senza la presenza di avvocati e consulenti di parte; il Giudice unico consentirà inoltre di risolvere finalmente i gravi rischi di contrasto di giudicati tra le misure sulla responsabilità genitoriale del tribunale per i minorenni e le misure sull’affidamento del tribunale ordinario.

Un’altra importante novità della riforma riguarda le violenze domestiche o di genere, perché si si attiverà un binario preferenziale d’urgenza, che permetterà al giudice civile, l’utilizzo delle norme sugli ordini di protezione, che scarsa applicazione hanno avuto sino ad oggi. Con riferimento alle donne vittime di violenza, in adempimento alle disposizioni della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica – ratificata dall’Italia con la legge n. 77/2013 – nella Legge di Riforma sono previsti meccanismi di raccordo tra giustizia civile e penale, mondi che, spesso, non comunicano tra loro causando pregiudizi alle donne e ai minori nei procedimenti civili di separazione. Infatti l’art. 31 della Convenzione di Istanbul prevede espressamente che le autorità giurisdizionali, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, prendano in considerazione gli episodi di violenza e che vengano adottate misure necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima di violenza o dei bambini. Nel nostro ordinamento, non è previsto un effettivo raccordo tra i due giudizi, ossia quello civile (la separazione e la regolamentazione della responsabilità genitoriale sui minori) e penale (processi scaturiti a seguito delle violenze subite in famiglia) per cui capita molto spesso che i due procedimenti non vadano di pari passo e che, in assenza di specifica formazione del giudice civile, molti degli episodi violenti narrati non vengano tenuti in debita considerazione nella decisione circa la modalità di affido e l’organizzazione delle visite ai minori. Ciò nonostante la previsione dell’art. 64 bis disp. att. Cpp. Con la Legge di Riforma, il giudice civile “assume i provvedimenti nel superiore interesse del minore, tenendo conto – nella determinazione dell’affidamento dei figli e degli incontri con i figli – di eventuali episodi di violenza. In ogni caso, viene garantito che gli eventuali incontri tra i genitori e il figlio siano, se necessario, accompagnati dai servizi sociali e non compromettano la sicurezza della vittima. Nella riforma si prevede anche che nei casi di violenza la mediazione familiare sia vietata. Anche il ruolo delle ctu e degli assistenti sociali è molto ridimensionato: sarà vietato esprimere valutazioni, bisognerà basarsi sui fatti. Il giudice deve delineare un quesito specifico al CTU e le consulenze tecniche d’ufficio devono avere un ruolo residuale e limitato ed il consulente si dovrà attenere “ai protocolli e alle metodologie riconosciuti dalla comunità scientifica, senza effettuare valutazioni su caratteristiche e profili di personalità estranee agli stessi”.Proprio con riferimento alla Consulenza Tecnica, il testo della Riforma prevede l’esclusione del ricorso alla teoria della sindrome da alienazione parentale tanto dibattuta e contrastata. Ormai per orientamento consolidato, la teoria della alienazione parentale è una teoria riconosciuta come priva di basi scientifiche come ribadito dalla recente pronuncia della Corte di Cassazione nella sentenza n. 13217 del 17 maggio 2021 che  invita i giudici di merito a non limitarsi ad aderire alle conclusioni del CTU ma a verificare “il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare”.

  • Di fronte ad un figlio che rifiuta un genitore, spetterà al giudice verificare in via d’urgenza le ragioni del rifiuto. Grande attenzione quindi sarà prestata ai minori, sia in sede di ascolto diretto – che competerà sempre al giudice togato -, sia quanto alla tutela dei suoi interessi e diritti, attraverso il potenziamento della figura del curatore speciale che potrà essere nominato ogni volta che il Giudice lo riterrà opportuno in presenza di conflitti tra i genitori ( quindi non solo come accade prevalentemente oggi, nell’ambito dei procedimenti c.d. de potestate ma in tutti i procedimenti che hanno ad oggetto l’affidamento dei figli).
  • I genitori che chiedono la separazione dovranno redigere un piano genitoriale: il mancato rispetto di quanto previsto nel piano genitoriale, come anche in caso di gravi inadempienze o più in generale nel caso di atti che ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, è prevista l’emissione di provvedimenti sanzionatori, in modo che le inosservanze volontarie non potranno più essere tollerate e riceveranno il disincentivo che si richiede in questi casi.

Al Governo spetterà il compito di definire i criteri di attribuzione della competenza del giudice, in che modo dovrà svolgersi l’udienza di comparizione, le modalità con cui potranno essere avanzate le domande riconvenzionali, come dovrà svolgersi il tentativo obbligatorio di conciliazione alla prima udienza e infine se il giudice potrà invitare le parti a seguire un tentativo di mediazione familiare. La competenza territoriale sarà stabilita in base alla residenza del minore, la cui tutela sarà uno degli elementi centrali del rito, così come la valorizzazione del suo ascolto. Il Governo deve occuparsi anche di definire le competenze del mediatore familiare e del curatore speciale del minore, così come del tutore che il giudice potrà nominare anche d’ufficio in presenza di procedimenti relativi alla responsabilità genitoriale.

Il Rito unico è previsto anche per i procedimenti di separazione e di divorzio su domanda congiunta e affidamento dei minori nati fuori dal matrimonio.

  • Particolare tutela è prevista nei confronti dei minori, d’altronde, è importante ricordare che esiste anche una Carta dei diritti dei figli realizzata nel settembre del 2018 dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza un vero e proprio vademecum per i genitori, che affrontano la crisi della loro unione, un monito agli stessi a non coinvolgere i figli, che necessariamente subiscono la dolorosa scelta della separazione, nel conflitto che si protrae, sovente, anche dopo la fine del rapporto di coppia.

Tra gli altri diritti individuati dalla Carta vi è quello di continuare a essere figli e vivere la loro età senza precoci e deleterie adultizzazioni, di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori; di essere ascoltati e di esprimere i propri sentimenti, di non subire pressioni e che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori. I figli, infine, hanno diritto a non essere coinvolti nei conflitti tra genitori, al rispetto dei loro tempi, ad essere preservati dalle questioni economiche e a ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano. Un elenco di diritti del minore per ricordare agli  “operatori” del settore che ogni decisione che viene presa, ogni intervento che viene attuato, deve essere preceduto dalla comprensione dei desideri e delle paure dei bambini coinvolti nella separazione e dal loro ascolto.

GLI ANIMALI E LA LORO TUTELA IN ITALIA.

Può sembrare strano, ma rispetto a molti altri paesi europei, l’Italia è all’avanguardia per  numero di leggi, ordinanze, sentenze e regolamenti che si occupano di animali. Non a caso, il nostro paese è considerata la culla del diritto ed è per questo motivo che nel lontano 1991 ha visto la luce una delle più importanti leggi del settore, la legge quadro n. 281 del 1991 che ha delegato alle regioni italiane la funzione legislativa in materia di animali d’affezione e prevenzione del randagismo. Ma questa legge segna un’altra svolta fondamentale per l’Italia, infatti abolisce l’eutanasia di cani e gatti senza padrone e ricoverati nei canili. Da allora, come prescrive la stessa legge, solo in caso di malattie gravi non curabili e di cani estremamente mordaci ed in presenza di una certificazione del dipartimento veterinario dell’Azienda Sanitaria Locale, si possono sottoporre i randagi a trattamento eutanasico.

Se si pensa che, ancora oggi, in alcuni paesi dell’UE, come la Spagna e la Francia, nei canili municipali ( p.e. le famigerate perreras spagnole) esiste la soppressione legalizzata, anche, a volte molto violenta, dei  randagi recuperati per strada o rinuncia di proprietà, si comprende facilmente come l’Italia sia avanti, sia come leggi che come cultura del rispetto degli animali.

Eppure, il trattato istitutivo dell’Unione Europea ha previsto chiaramente all’art. 13 il principio che gli animali sono esseri senzienti, ma ciononostante, in molti paesi Europei, quale l’Italia, ancora questo principio non è stato recepito a livello legislativo e, pertanto, nei nostri codici civile e penale, l’animale è equiparato alla “res”, cioè è considerato una cosa, con tutte le conseguenze che ne derivano e che, quindi si riflettono anche nella loro tutela, attualmente prevista.

C’è,  però, da dire che l’08 febbraio scorso è stata approvata definitivamente la riforma costituzionale relativa agli articoli 9 e 41 della Costituzione. Nel suo nuovo testo, l’art 9 prevede che la Repubblica tutela l’ambiente e gli ecosistemi anche nell’interesse delle nuove generazioni. La legge dello Stato, inoltre disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Cosa significa tutto ciò’? Significa che ora gli animali godono di riconoscimento a livello costituzionale , nel senso che la loro tutela, come quella dell’ambiente, è assegnata alla competenza esclusiva dello Stato.

Una riforma costituzionale attesa da moltissimo tempo e che segna un primo passo nella  tappa fondamentale di evoluzione del processo culturale di rispetto . Ma cosa significa tutto ciò? Significa che inserendo nella Costituzione Italiana, che è la madre di tutte le leggi e gerarchicamente è la fonte primaria delle leggi italiane, il principio che l’animale è un essere senziente, si può procedere a modificare le attuali norme del codice civile e penale che ancora equiparano l’animale alla “res”. Quindi, lo scenario cambia completamente e sarà compatibile con una effettiva ed efficace tutela degli animali. Considerarli esseri senzienti significa che essi sono portatori di una serie di diritti (che attualmente sono loro negati), comportando, innanzitutto, la modifica del Titolo IX bis del codice penale, intitolato “dei delitti contro il sentimento per gli animali”(inserito con la L. 189/2004) che ricomprende le norme che prevedono come reati l’uccisione di animali, il maltrattamento, il divieto di alcuni spettacoli con il loro impiego, il divieto di combattimenti tra animali etc.

Secondo questa sezione del codice penale non si tutelano in se e per se gli animali in quanto tali ma il sentimento che si nutre per loro. C’è da dire che all’epoca della sua approvazione, la L.189/2004 fu una grande vittoria, perché prima i reati contro gli animali erano considerati come delitti contro il patrimonio.. cioè si tutelava la perdita economica che ne sarebbe derivata e non la perdita dell’animale.. un ulteriore avanzamento per come spiegato (animali=esseri senzienti) porterà in automatico ad un inasprimento delle attuali pene.   

Il fatto che ancora gli animali non siano considerati esseri senzienti comporta che, sempre secondo la legge 189/2004 che ha inserito gli articoli del codice penale  (artt 544 bis e ss) che prevedono i reati sopra menzionati (uccisione, maltrattamento etc), per presunzione, esista, per esempio, una necessità sociale di utilizzazione degli stessi da parte degli umani, tipo la caccia che è considerato tutt’ora uno sport, quindi un divertimento ed una necessità per chi lo pratica, tipo gli allevamenti ai fini della macellazione e quindi del nutrimento, tipo la sperimentazione scientifica, gli zoo.. tutte pratiche che giustificano il loro utilizzo e quindi una visione antropocentrica e una presunta superiorità da parte degli esseri umani verso di loro. Se, invece, si cambia prospettiva e vengono considerati senzienti, vuol dire che si riconosce agli stessi la possibilità di provare sentimenti, gioia, dolore, sofferenza, paura etc.. a quel punto non è più possibile utilizzarli ad uso e consumo degli umani, per qualsiasi scopo e soprattutto per  sfruttarli economicamente..

Insomma, tale riforma relativa alla protezione della biodiversità e degli animali costituisce l’inizio di una rivoluzione culturale che porterà ad una modifica dello status degli animali, considerati direttamente soggetti di diritto.

C’è, infine da evidenziare che i reati previsti e perseguiti dal codice penale, compiuti a danno degli animali, se confermati in un processo in capo ad alcuni soggetti, attualmente non garantiscono un’effettiva tutela..  Un primo motivo è che ancora le denunce che vengono fatte sono troppo poche, anche se, a dare, comunque, un forte impulso in tal senso è stato nel 2017 il processo per il cane Angelo, barbaramente ucciso da quattro giovani balordi della provincia di Cosenza, condannati con sentenza definitiva. L’episodio fece molto scalpore e fu seguito dalla stampa sia a livello nazionale che internazionale. Personalmente difesi alcune associazioni animaliste, parti civili nel processo de quo.

Un secondo motivo è dato dalle attuali norme. Alcuni degli articoli sopra indicati, a seconda del tipo di reati, come pena detentiva, partono da un minimo di 3 mesi ad un massimo di 18 (per il maltrattamento) e da 4 mesi a 2 anni (per l’uccisione e per il reato previsto dal 1° comma dell’art. 544 quater, cioè spettacoli e manifestazioni vietati).

Cosa significa questo in termini pratici? Significa che sulle pene previste dagli articoli appena citati, si inserisce l’istituto della sospensione condizionale della pena, ex art. 163 cp. Infatti, nel pronunciare sentenza di condanna alla reclusione o all’arresto per un tempo non superiore a due anni, il giudice può ordinare che l’esecuzione della pena rimanga sospesa per il termine di cinque anni se la condanna è per delitto e di due anni se la condanna è per contravvenzione. Questa può poi risolversi o nell’estinzione del reato e della pena oppure nella revoca del beneficio concesso, nei casi in cui non vi è stato adempimento degli obblighi imposti o nelle ipotesi di reiterazione dell’attività criminale. Ciò comporta, che, intervenendo tale istituto (anche se a discrezione del giudice, ma in automatico in caso di imputati incensurati), è veramente improbabile che gli eventuali imputati vadano in carcere. Se poi, gli imputati hanno un’età compresa tra i 18 e i 21 anni all’epoca del fatto, la sospensione condizionale della pena si applica anche se la pena detentiva inflitta è di 2 anni e mezzo. Ergo, a meno che, le pene previste non si sommino ad altre pene per altri reati o in caso di precedenti penali specifici ( cioè condanne  per gli stessi reati) il fatto di scontare la condanna rimane pura teoria.

E’ chiara, dunque, la necessità di un inasprimento delle attuali pene per assicurare i responsabili alla giustizia e l’inserimento all’interno della Costituzione della loro protezione spiana la strada per raggiungere questo importante obiettivo.

CONSIGLI E SUGGERIMENTI IN CASO DI INTERVENTI DI CHIRURGIA ESTETICA

Nella società odierna il mito della bellezza è obiettivo ambito sempre più da tutti, soprattutto a causa dei continui bombardamenti mediatici che propinano modelli estetici di perfezione, con la convinzione che solo in questo modo ci si può realizzare, raggiungendo il successo nei vari settori della vita.

A causa di ciò, si sono moltiplicati gli interventi di chirurgia estetica, tra i più comuni: la rinoplastica, la liposuzione, l’aumento del volume del seno ecc., quando, invece, forse, sarebbe più utile imparare a volersi bene, accettando il proprio corpo e puntando su altre qualità, come per esempio l’autostima, l’autoaffermazione per raggiungere quella sicurezza e stabilità che un intervento chirurgico non può certo dare.   

Infatti, ciò che spinge un soggetto ad un passo del genere, spesso non è una patologia, ma un profondo senso di disagio che si ritiene di poter risolvere modificando qualcosa del proprio corpo.

Il bisogno di conseguire un miglioramento del proprio aspetto fisico diventa impellente e su di esso si fanno confluire tutte le aspettative, sperando che ciò abbia delle ripercussioni positive sia nella vita professionale che in quella di relazione.

Il chirurgo estetico, a queste condizioni, si occupa della salute intesa come benessere psicofisico della persona e su di lui, diversamente che dalle altre branche della medicina, grava il cosiddetto ”  obbligo di risultato” nei confronti del paziente/consumatore.

L’ evoluzione dottrinale e giurisprudenziale ha portato alla liceità della chirurgia estetica, alla quale oggi si riconosce una funzione terapeutica.

In conformità con il dettato costituzionale e con la definizione data dall’OMS, si è affermato un nuovo concetto di salute, la quale comprende sia profili fisici che psichici, entrambi fondamentali alla persona (art. 32 della Costituzione, la salute come fondamentale diritto dell’individuo). Per poter giustificare però la sua funzione terapeutica, l’intervento deve raggiungere il risultato, consistente nel miglioramento estetico, solo quest’ultimo può portare ad un benessere anche psichico.

Ma quali sono le responsabilità del medico nei confronti del paziente/consumatore?

Una corretta informazione intesa come obbligo etico-deontologico e come tutela giuridica, da cui sorge il fondamentale tema dei danni risarcibili in caso di intervento mal riuscito.

L’intervento deve essere affrontato con consapevolezza da parte del paziente e con scrupolosità da parte del medico e della sua équipe.

Le linee guida da seguire per chi si sottopone ad un intervento di questo tipo sarà quello di informarsi e di essere informato preventivamente su ogni aspetto e conseguenza dell’atto chirurgico: assicurarsi della sterilità degli ambienti operatori e degli strumenti, che la struttura sia fornita degli strumenti necessari per far fronte ad eventuali emergenze (gruppo di continuità), della professionalità del chirurgo e dello staff medico, (importante la figura dell’anestesista). Il cliente inoltre nella fase post-operatoria dovrà attenersi scrupolosamente alle indicazioni del chirurgo (medicazioni ecc.)

L’evoluzione giuridisprudenziale e dottrinale è volta a dare sempre più spazio all’importanza dell’informazione e della prospettazione dei rischi.

Per tutelare il cliente ed il chirurgo è necessario provvedere al “consenso informato” a cui è stato dedicato un paragrafo in questa sezione. C’è da precisare che eventuali “formulette” inserite nel consenso informato (tipo : “il sottoscritto autorizza l’intervento chirurgico sollevando i medici da ogni responsabilità”) non hanno in generale nessun valore giuridico, a maggior a ragione per il settore della chirurgia estetica, in cui si ha l’obbligo di raggiungere il risultato prospettato come detto sopra.     

Compito del medico, dunque, è valutare ciò che può essere realisticamente ottenuto.

Un intervento di successo è preceduto da un’accurata valutazione del caso. E’ necessario, infatti, effettuare una visita preliminare con anamnesi completa sullo stato di salute e la prescrizione di adeguati accertamenti clinici, per avere un quadro quanto più realistico ed esaustivo. Analizzare, inoltre, le intenzioni e le aspettative del cliente e sondare quanto queste possano corrispondere con i risultati ottenibili.

La chirurgia di ultima generazione deve assicurare un risultato il più possibile naturale, armonico, correggere con delicatezza ma non stravolgere il disegno della natura.

Si ha diritto ad essere risarciti in caso di un intervento mal riuscito?

La cosa non è di facile risultato, infatti nelle obbligazioni di risultato come nel caso del chirurgo estetico, il debitore (il medico) può liberarsi provando l’impossibilità del risultato derivante da causa a lui non imputabile (art.1218 c.c.) Se si presenta un fattore esterno inevitabile, indipendente dalla condotta diligente del professionista, si rientra nell’ambito dell’art. 1218 c.c; tale fattore, se provato, esime da responsabilità.

La prima cosa che il paziente/consumatore deve fare è sottoporsi a visita da parte di un medico legale che potrà eventualmente redigere una perizia che dimostri la cattiva esecuzione dell’intervento, indicando i danni e gli interventi da eseguire per eliminarli, riuscendo a dimostrare la responsabilità del chirurgo estetico. Se esistono tali presupposti si potrà intentare una causa per ottenere il risarcimento dei danni, sia morali che patrimoniali, con il rimborso delle spese sostenute a titolo di parcella da parte del chirurgo.

Riconoscere al medico un obbligo di risultato è un modo per tutelare il cliente e permette a questa branca della medicina di svolgere la sua funzione terapeutica, che, come conseguenza, porta un miglioramento nella sfera psicologica, che insieme al benessere fisico, costituisce componente imprescindibile del diritto alla salute.

Dunque, solo assicurando al cliente un risultato estetico ed un’adeguata tutela risarcitoria in caso di suo mancato raggiungimento, si può salvaguardare il benessere psicofisico di chi si rivolge al chirurgo estetico. Col passare degli anni si è  giunti ad un cambiamento di rotta; in caso di giudizio, spetterà al medico e non più al paziente dimostrare di aver svolto il lavoro in piena diligenza.

Se il cliente decide di sottoporsi all’intervento, significa che il chirurgo, con cui si instaura un rapporto di fiducia, ha assicurato un determinato risultato che costituisce la conditio sine qua non per sottoporsi all’intervento volto al raggiungimento di un miglioramento estetico.